Punkarre Entertainment Zoo II

La speranza silenziosa nel letargo di Capitan Gesù

Lo chiamai Capitan Gesù, mi sembrava il nome più consono per un gabbiano, certo, un pò evocativo,magari un pò blasfemo, ma era il nome più legittimo e appropriato per una meravigliosa creatura che, a differenza dell’omonimo più famoso, almeno sapeva volare.

Capitan Gesù se l’è spassata durante la stagione estiva, dal comignolo dei vicini dal quale scruta l’orizzonte  dove l’ho visto tornare ogni giorno più panciuto e soddisfatto dai raid turistici a San Giuliano a Mare. D’inverno la musica cambia, il bianco candido delle sue ali assomiglia alla barba di babbo natale Dan Akroyd in una poltrona per due..sembra un gabbiano homeless con storie di dipendenze alle spalle.

Ora su quel comignolo sventola come il segnavento di viale dei Ciliegi, il becco punta da una parte all’altra senza tregua. E spesso punta dritto verso di me, che lo guardo zen come se da lui volessi le mie risposte.

Eppure ogni volta che lo guardo lui mi parla e mi racconta storie  che fanno più o meno così:

“Ricordati la pioggia incessante, ricordati il suono dolce di quel ticchettio sul tetto di lamiera della tua camera mansarda condonata che caldo la notte ti accompagnava sotto il piumone e che al mattino ti impediva di aprire le palpebre.

Ricordati il freddo costante delle tue estremità,il ripeterti ogni volta dove cazzo sono le pantofole? dovevi metterti i calzini! hai lasciato i guanti in macchina! ricordati il tuo soffiarti il naso instancabile, come un devoto esegue le abluzioni prima della preghiera , tu umile continui a soffiare, a spremere quell’indicibile nasca che un Dio guascone ti ha donato, piena di turbinati ipertrofici e con un setto così deviato da condannarti ad una perenne apnea che è semplicemente la tua vita rinazina dipendente.

Ricorda la tua corsa contro il tempo ogni dannata mattina, combattere con le rotonde riminesi sature di minchioni assonnati, di biciclette e di 16 enni che non devono, ricorda non devo mai, diventare birilli. Ricorda il tuo tentativo ingenuo di arrivare prima del primario per fare buona impressione e la costante rassegnazione nello sguardo complice di Giacomo nel riconoscere come me di trovarsi di fronte ad un potere più grande..un uomo che riesce a svegliarsi prima delle 7 di mattina!

Ricordati il tuo correre in sala, la curiosità di non sapere come andrà la giornata, il tuo disegnare appassionato cerchi centrifughi di betadine sulle pance di illustri sconosciuti, il tuo mettere le mani ovunque, voler sentire consistenze, odori, battiti…scivolarti tra le mani e riempirti gli occhi, sangue e merda sempre, come promesso….e aspettare ogni volta quelle tre magiche parole  :”Passa di qua” che sanciscono il passaggio da aiuto ad operatore. Parole che ti accendono come un ‘ interruttore, come “Questa è tua” o  “Dai comincia tu e poi vediamo”. La chirurgia come stile di vita, bruciare le ore concentrati su qualcosa di delicatissimo e allo stesso tempo avere la sensazione di non lavorare un minuto della tua vita. Idraulica e fluidodinamica applicata ai corpi. Meraviglia e magia della capacità di eliminare il dolore, guarire.

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Il tuo abbassare la testa e ammettere di non saper fare un cazzo per poi cominciare ad avere una casistica, mettere da parte ogni errore in un cassetto sempre a disposizione, l’accorciare i tempi operatori e avere distintamente scanditi nella testa i tempi e i passaggi necessari per poter portare a casa il risultato. Ricorda la delusione per quelle minchiate e la soddisfazione e gli incoraggiamenti che ti hanno fatto tornare sul campo ogni mattina. Ricorda la gratitudine e  l’emozione indescrivibile , profondamente ospedaliera, così lontana dalle università, di avere finalmente a fianco un chirurgo che desidera insegnarti qualcosa.

Ricorda le urgenze ad ogni ora, il tornare dopo il calcetto solo per mettere un drenaggio intercostale, la stanchezza come stato d’animo tanto da sognare due ore di sonno al posto del solito servizietto. Ricorda quei minchioni dei ferristi, adorabili alleati sin dall’inizio con il forestiero romano adottato. Ricorda Franco, sempre e comunque Franco.

Ricorda gli aperitivi infiniti con tutta la banda e la vita di casa Coletti, un misto tra un centro sociale e una depandance di S.Patrignano. Ricorda l’abuso comune di surgelati, la denutrizione alla quale ti sei rassegnato , le gare di velocità per la lavatrice, le montagne di rifiuti rigorosamente accumulati ma differenziati. Ricorda quella fottuta porta di casa, costantemente dimenticata aperta. Ricorda la brillantanza e la sbrillantanza, costante , perpetua.. i pusher improvvisati e i dispensatori di saggezza. I migliori amici per una sera e le serate di mistiche ricerche di un senso a tutto. Ricorda la i seminari di musica tecno fino alle 24 e la Caterina devastata ricostruirsi al mattino.

Ricorda casa Filo, porto di mare e di allieve infermiere, le serate di sbrillantanza a svuotare bottiglie tra una carbonara e un cavolo sapientemente ripassato in padella con la grappa che imitando l’angina ti scalda il petto per poi spegnere ogni timore.

Ricorda il Rose & Crown aspettarti potenzialmente ogni sera come suo miglior cliente abituale dell’inverno riminese.

Ricorda che un’estate tornerà in questa città e che tu ci sarai o no, torneranno tutti a correre sul lungomare,le pattinatrici riprenderanno a sculettare armoniche , i risciò come al solito incateneranno come disabili gruppi di turisti privi di fantasia in inutili pedalate per la ciclabile. Farà caldo e il mare continuerà a puzzare, ma si tornerà a respirare l’estate, il sole. Il Barrumba riaprirà le sue porte e le tasche esi svuoteranno e ogni sera sarà quella buona per buttarsi via.

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Ricorda che i gabbiani non se ne sono mai andati, hanno sopportato il freddo, la nebbia e la chiusura di tre quarti della città. Loro aspettano, loro sanno che la stagione tornerà e ripagherà di tutto. I gabbiani hanno l’estate dentro”.

A questo ho pensato quando un gabbiano reale si è presentato sotto casa mia a Roma, in piena Via picco dei tre signori, i primi giorni di febbraio, proprio mentre confabulavo cosa fare della mia vita, i gabbiani mi vogliono portare al mare.

Non so come finirà, se l’amore disegnerà la mia strada o continuerò a complicarmela, ma so che i gabbiani hanno provato a farmi vivere al mare. Proprio come volevo. Ogni scelta sarà una mia decisione consapevole, i gabbiani hanno fatto il loro.

Ricorda che Rimini.

Capitan Gesù, non stà lassù,
ma stà quaggiù a battagliar col male.
Sempre quaggiù a battagliar col male.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 16/02/2016 alle 22:26 ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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